Strategia Energetica Nazionale: i nostri commenti – Parte 1

11 09 2017

Lo scorso 12 giugno è stata avviata una consultazione pubblica sulla nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN).
Abbiamo partecipato alla consultazione e a partire da oggi pubblichiamo il nostro contributo, suddiviso in capitoli per comodità di lettura.
(per scaricare il report completo, cliccare qui)

 

ENERGIE PER L’ITALIA DEL FUTURO

Contributo alla consultazione pubblica sulla Strategia Energetica Nazionale 2017

POSTER Officina1

Prefazione

Siamo un gruppo di cittadini che credono nel futuro dell’Italia e nel dovere ormai non più differibile di compiere scelte coraggiose e lungimiranti, che consegnino alle nuove generazioni  un Paese moderno, competitivo e finalmente proiettato nel Terzo Millennio.

Nel 2012 sostenemmo un appello [1], in favore della convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia, affinché l’elaborazione di una nuova strategia energetica avvenisse in un contesto trasparente e partecipato, con il contributo tecnico e il confronto tra personalità, enti ed istituzioni scientifiche ed economiche riconosciute a livello nazionale ed internazionale.  Tale appello rimase inascoltato, nonostante fosse stato portato all’attenzione dell’allora Ministro dello Sviluppo Economico Passera, nell’ambito della consultazione pubblica sulla Strategia Energetica del Governo Monti, e in un secondo momento fatto oggetto di un’interrogazione parlamentare, di cui dopo quattro anni non è ancora giunta risposta [2].

Oggi siamo qui, a proporre come allora la convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia, e ad offrire le nostre considerazioni ed osservazioni, nel metodo e nel merito, relativamente alla nuova Strategia Energetica presentata in data 13 giugno 2017 dai Ministri Calenda e Galletti.

 

1 Una questione di metodo: governance energetica

  • Riconosciamo il merito dell’attuale Governo di voler perseguire l’obiettivo di definizione di una nuova Strategia Energetica attraverso un processo trasparente che coinvolga non solo gli organi istituzionali competenti, ma anche le imprese operanti nel settore, le società concessionarie, gli esperti, le associazioni di categoria, nonché i singoli cittadini. Tuttavia, la strada intrapresa ㅡ ed in particolare lo strumento della consultazione pubblica con cui la Strategia viene proposta e sottoposta ad analisi ㅡ si poggia a nostro parere sugli stessi elementi di debolezza che, di fatto, hanno determinato il fallimento della Strategia Energetica Nazionale (SEN) 2013.
  • La SEN 2013, nonostante fosse stata formalmente approvata con un decreto interministeriale e successivamente pubblicata in Gazzetta Ufficiale [3], è rimasta sostanzialmente inapplicata. Il fatto che, a distanza di soli quattro anni, si sia resa necessaria l’elaborazione ex novo di un secondo documento ㅡ e non una semplice revisione o aggiornamento del precedente testo ㅡ evidenzia chiaramente l’insuccesso della prima iniziativa, soprattutto considerando il contesto di una strategia energetica nazionale, il cui orizzonte temporale di riferimento, per lo meno nell’impianto generale, dovrebbe avere un respiro come minimo ventennale, tale da “sopravvivere” alle logiche elettorali, ai cambi di legislatura e/o all’alternarsi di governi e maggioranze parlamentari. I continui mutamenti di rotta rappresentano il primo motivo di sfiducia da parte degli investitori.
  • Al fine di garantire un senso di continuità e coerenza nel percorso di raggiungimento degli obiettivi energetici siglati dall’Italia a livello internazionale, sarebbe doverosa un’analisi dei risultati parziali comunque raggiunti nei quattro anni di vigenza della SEN 2013, nonché una verifica di ciò che non è stato realizzato, stabilendone le cause e discutendone le possibili conseguenze. Tali valutazioni, opportunamente argomentate, dovrebbero costituire il punto di partenza della nuova SEN. Tuttavia, di queste valutazioni nel nuovo documento sottoposto a consultazione non vi è traccia.
  • In misura analoga, la SEN 2017 non fornisce giustificazioni in merito alla modifica e/o alla cancellazione di alcuni degli obiettivi contenuti nel documento precedente (e.g. il sostegno all’attività estrattiva di idrocarburi sul territorio italiano).
  • Nonostante le evidenze riportate nei punti precedenti suggeriscano la necessità di un cambiamento di rotta dal punto di vista metodologico prima ancora che dei contenuti, il percorso di elaborazione della SEN 2017 segue le orme della precedente: nel capitolo 3 del documento sottoposto a consultazione non si evidenziano proposte di cambiamenti significativi nell’iter di approvazione e di attuazione, tali da far sperare in un esito differente rispetto al documento del 2013.
  • In particolare, riteniamo che il processo di consultazione pubblica, pur consentendo ai cittadini ed ai portatori di interesse di offrire il proprio contributo e le proprie competenze nel processo di elaborazione degli indirizzi strategici, di fatto rappresenti un canale di comunicazione unilaterale, che non consente un confronto dialettico tra le parti e rende pertanto meno evidente il processo di convergenza dei diversi contributi.
  • Complessivamente, riteniamo che le argomentazioni a sostegno del percorso che dovrebbe portare all’approvazione della SEN 2017 e successivamente alla stesura del Piano Energia e Clima siano deboli ed insoddisfacenti. In particolare, appaiono in questo contesto poco chiari i criteri e le modalità con cui i Ministeri competenti metteranno in atto il processo di analisi e sintesi delle osservazioni pervenute durante la consultazione pubblica, nonché il loro eventuale recepimento attraverso correzioni, modifiche ed integrazioni al documento finale.
  • Sarebbe innanzitutto utile, anche in risposta alle esigenze di piena trasparenza espresse da più parti e rimarcate nello stesso documento, che il Governo rendesse liberamente accessibili tutti i contributi pervenuti nel corso della consultazione pubblica [4]. Potrebbe quindi venire convocato un tavolo tecnico allargato (e.g. la Conferenza Nazionale sull’Energia) nel quale discutere e condividere le proposte migliorative ed integrative, garantendo in questo modo un processo di sintesi il più possibile trasparente e condiviso.
  • Vaghe e fumose risultano essere anche le proposte di miglioramento della governance del settore energetico, che secondo il Governo dovrebbero facilitare il processo di attuazione delle misure strategiche contenute nella SEN, una volta approvata.  Prendendo atto della rinuncia alla modifica dell’articolo 117 della Costituzione ㅡ che avrebbe riportato in capo allo Stato le competenze in materia di energia ㅡ non è chiaro in che modo si intende dare centralità al ruolo delle Regioni nel processo decisionale, soprattutto per quanto riguarda la definizione, l’approvazione e la realizzazione delle infrastrutture energetiche di rilevanza nazionale, di cui la nuova SEN si fa portatrice (e.g. potenziamento della rete elettrica, nuovi impianti di rigassificazione, gasdotti, centrali termoelettriche, stoccaggio di idrocarburi).
    Fermo restando la necessità di una maggiore cooperazione tra istituzioni regionali, nazionali ed internazionali, non comprendiamo quali siano i termini della proposta relativa all’istituzione della cosiddetta “cabina di regia” nominata a pagina 208 del documento, né comprendiamo in concreto quali siano gli strumenti di cui il Governo si vuole dotare per rafforzare il dialogo con le istituzioni locali e i cittadini, e il ruolo giocato in questo contesto dell’istituto dell’inchiesta pubblica nell’ambito delle procedure di VIA.
  • In definitiva, non risulta affatto chiaro quali siano gli attributi giuridici della Strategia Energetica in esame e dei suoi strumenti attuativi. Al di là delle buone intenzioni, espresse dai continui riferimenti alla necessità di un maggiore dialogo con le Regioni e un ampliamento della partecipazione dei cittadini al processo decisionale: chi deciderà cosa, quando e come?

[1] https://conferenzaenergia.wordpress.com/appello/testo/
[2] http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/00408&ramo=C&leg=17
[3] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2013/03/27/73/sg/pdf
[4] Sarebbe stato opportuno rendere pubblici anche i risultati dell’analisi dei gruppi di lavoro verticali promossi dal Governo tra l’autunno 2016 e la primavera 2017, nonché i contributi delle associazioni ambientaliste, sindacali e di categoria coinvolte in fase preliminare, gli Atti dei 5 workshop tecnici, le audizioni delle Autorità indipendenti e dei rappresentanti regionali.

 continua …

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A tutta elettricità

4 08 2017

Riportiamo qui l’articolo pubblicato alcune settimane fa sul blog dell’associazione Ekoclub International. Si affronta il tema della mobilità elettrica, che rappresenta uno dei punti più interessanti della Strategia Energetica Nazionale attualmente sottoposta a consultazione pubblica, e sulla quale stiamo elaborando un documento di revisione.

 

Elettrica_ricarica-Ginevra2013
L’auto elettrica è sempre più di moda, non solo nei discorsi da bar o nei garage dei vip.

Se adottati su larga scala, i veicoli elettrici potrebbero mantenere la promessa di ridurre drasticamente le emissioni dei gas c.d. clima-alteranti che derivano dal trasporto su gomma. Hanno, dunque, iniziato a costituire un elemento importante delle strategie energetiche nazionali di diversi Paesi (in primis quelli c.d. sviluppati) per il conseguimento degli obiettivi vincolanti stabiliti nei vari accordi internazionali in tema di “lotta ai cambiamenti climatici”.

Non ci stupisce trovarli citati nel documento di consultazione della Strategia Energetica Nazionale (SEN) pubblicato lo scorso 12 giugno 2017.

MiSE e MATTM attendono di ricevere attenzione e commenti da tutti i portatori di interessi, dal più grande al più piccolo. E a leggere sembra che anche nel nostro Paese i veicoli elettrici siano destinati ad avere un ruolo sempre più importante dal punto di vista economico e politico. L’occasione ci appare dunque più che mai propizia per elaborare alcune riflessioni sul tema.

Innanzitutto va sottolineato che per ottenere un impatto notevole e positivo sulla decarbonizzazione dei consumi energetici, i veicoli elettrici devono diventare l’opzione principale per la maggior parte degli automobilisti. È dunque necessario per i Paesi interessati orientare chiaramente la propria politica energetica verso lo sviluppo prioritario di norme, standard, protocolli ed infrastrutture per un uso diffuso dei veicoli elettrici. Altrimenti, il loro impatto sarà limitato, poco significativo, o peggio negativo. Nel lungo periodo potrebbe anche essere gravemente compromessa la capacità di raggiungere gli obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni, con extra-costi sostenuti a fronte di risultati scarsi o nulli per la salvaguardia dell’ambiente.

Va evidenziato, infatti, che mentre l’industria manifatturiera automobilistica sembra pronta ad affrontare la sfida dello sviluppo di veicoli elettrici per il mercato di massa, non sono ancora visibili progressi sia nello sviluppo di un’infrastruttura efficiente per la ricarica dei veicoli elettrici su larga scala, sia nell’implementazione dei relativi standard e protocolli. Mancano inoltre all’appello norme funzionali per la tariffazione in bolletta domestica o alla colonnina di ricarica. Tutti questi elementi sono essenziali al fine di rendere convincente la proposta dell’elettrificazione del trasporto su gomma agli occhi degli automobilisti proprietari ed eventualmente anche agli occhi di potenziali “clienti” interessati a nuovi modelli di proprietà/utilizzo/condivisione dei veicoli di trasporto personale.

In particolare, l’eventuale costruzione di un’infrastruttura di ricarica per i veicoli elettrici richiederà una collaborazione attiva di molte parti in un campo di gioco particolarmente complesso. Il Governo, il gestore della rete elettrica, varie autorità ed organi nazionali e locali, le società che producono e distribuiscono l’energia elettrica, ma anche le aziende esperte in IT, gli stessi fornitori di punti di ricarica (che, per esempio, potrebbero non coincidere necessariamente solo con gli attuali fornitori di carburante al dettaglio), e così via fino agli utilizzatori finali, tutti dovranno unire i loro sforzi e farli confluire nella realizzazione di una rete “intelligente” (quella famosa “smart grid” di cui si sente sempre più spesso parlare) – un’impresa enorme sia in termini di ingegneria di progetto che di gestione politica.

In secondo luogo va ricordato che, una volta costruite e messe su strada, le auto elettriche possono essere “verdi” solo quanto lo è l’elettricità utilizzata per caricare le loro batterie. Indubbiamente esistono vantaggi immediati in termini di riduzione dell’inquinamento, ma se vogliamo utilizzare le auto elettriche anche per decarbonizzare il nostro sistema energetico, dobbiamo spostare lo sguardo dalla marmitta (che non c’è) alla ciminiera della centrale elettrica (che c’è anche se non si vede).

Tenuto conto dell’intero ciclo di vita, tutte le fonti energetiche ed i relativi impianti utilizzati per la generazione di elettricità emettono nell’ambiente una certa quantità di gas-serra per chilowattora di energia prodotta. Le fonti rinnovabili moderne ed il nucleare sono quelle che producono elettricità con il più basso tenore di carbonio. Tra le fonti fossili, ovvero ad alto tenore di carbonio, il gas naturale è quella che comporta emissioni un po’ più basse, ma comunque con livelli di un ordine di grandezza superiore a nucleare e rinnovabili.

Se consideriamo solo le emissioni associate al loro utilizzo, i risultati più recenti dei test sulle auto elettriche (pure) mostrano valori nella forchetta 20-120 gCO2eq/km (grammi di anidride carbonica equivalente emessi nell’ambiente per chilometro percorso) per i Paesi dell’Unione Europea più industrializzati e popolosi. In Italia si stimano circa 100 gCO2eq/km. Tali valori comprendono nel computo le emissioni dirette ed indirette associate alla generazione, trasmissione e distribuzione dell’elettricità. E come si può intuire variano molto a seconda del diverso mix di fonti ed impianti utilizzati per la produzione dell’elettricità, che può essere più o meno sbilanciato verso un alto tenore di carbonio. Per esempio il valore di 20 gCO2eq/km si riferisce all’utilizzo di veicoli elettrici in Francia, che è attualmente uno dei Paesi leader a livello mondiale nella decarbonizzazione del settore elettrico grazie al contributo preponderante della produzione elettronucleare (75%), associato ad una percentuale “sostenibile” di produzione da fonti rinnovabili (sostenibile in termini di gestione ottimale della rete elettrica).

Per confronto possiamo guardare alla forchetta 100-200 gCO2eq/km per i valori medi delle auto a benzina, e alla forchetta 80-160 gCO2eq/km per quelle diesel. Non dobbiamo però dimenticare che, in termini di emissioni, mediamente i costi della fabbricazione degli autoveicoli sono pari a 40 e 35 gCO2eq/km per quelli alimentati a benzina e diesel rispettivamente. Per quanto riguarda invece la produzione di veicoli elettrici esistono allo stato dell’arte almeno tre scenari con valori compresi tra 50 e 90 gCO2eq/km. E questi scenari non tengono conto del tenore di carbonio associato alla produzione e smaltimento, ossia di un’analisi accurata dell’intero ciclo di vita (come si suol dire “dalla culla alla tomba” – con eventuale riciclo) delle batterie.

Volendo considerare un solo valore di riferimento tra quelli sopra esposti, è opportuno scegliere quello delle nuove generazioni di veicoli turbo diesel: nel medio termine infatti la “sfida automobilistica” più importante in termini di riduzione delle emissioni è quella tra elettricità e gasolio. Per le automobili alimentate a diesel più moderne le valutazioni delle emissioni si attestano attorno ai 90 gCO2eq/km; è quindi davvero difficile sostenere che le auto elettriche alimentate dall’attuale sistema elettrico italiano siano notevolmente migliori.

Bisogna fare di più e meglio.

L’attuale contributo della generazione elettrica rinnovabile e a basso tenore di carbonio all’approvvigionamento energetico del nostro Paese è uno dei più alti in Europa. Tuttavia, se l’Italia vuole soddisfare i propri obiettivi di decarbonizzazione anche attraverso l’utilizzo diffuso di auto elettriche, deve assicurare a queste una “alimentazione più verde” in modo costante. In altre parole, da una parte occorre aumentare la produzione e/o l’importazione dell’elettricità, dall’altra occorre fare in modo che la fornitura elettrica a basso tenore di carbonio sia costante nelle fasce orarie in cui la maggior parte dei veicoli elettrici sono in ricarica.

Il problema va affrontato con ragionamenti sul breve, sul medio e sul lungo periodo.

Inizialmente, i nuovi utilizzatori potranno essere ospitati con un piccolo impatto; ma, all’aumentare dei numeri, già nel medio termine diverrà sempre più concreta la possibilità di mettere in crisi le reti trasmissione e distribuzione dell’elettricità. Successivamente, con un’impennata della popolarità delle auto elettriche, i cambiamenti significativi nel tempo e nella dimensione dei picchi di domanda dell’elettricità potrebbero rendere inevitabile un maggiore utilizzo di generazione elettrica ad alto tenore di carbonio. Infatti, se il sistema di generazione elettrica non verrà rinnovato opportunamente ed in tempo, per soddisfare la richiesta massiccia di elettricità dei nuovi veicoli sarà inevitabile attivare o mantenere attive centrali termoelettriche a carbone o gas, ed usarle in finestre temporali in cui di norma sarebbe prevista una copertura quasi esclusiva dei consumi elettrici da parte delle fonti rinnovabili. Un aiuto potrebbe arrivare dalle importazioni. Oggi come oggi, però, considerato lo stato attuale dell’interconnessione delle reti elettriche europee e le strategie energetiche dei nostri vicini, è davvero difficile, se non azzardato, stimare un contributo efficace e risolutivo di un’eventuale importazione ad hoc dell’elettricità necessaria da Paesi produttori con mix fortemente sbilanciato verso rinnovabili e/o nucleare.

Dunque, se da una parte è vero che, in termini di consumo energetico annuo, teoricamente i requisiti di potenza aggiuntivi causati da un utilizzo su larga scala di veicoli elettrici sono gestibili; dall’altra è anche vero che fornire una sufficiente potenza elettrica a basso tenore di carbonio in momenti di picco di domanda sarà impresa assai più difficile. Si tratta infatti di adattare una domanda e dei requisiti di carica molto diversi e variabili nel tempo ad una offerta fluttuante ed imprevedibile; dato che la generazione elettrica integrata in Italia è già ora non facilmente controllabile e una buona percentuale della produzione a basso tenore di carbonio proviene da fonti rinnovabili aleatorie.

Ma attenzione, perché è su questo che si gioca il tutto: qualora non fosse possibile ottenere questo tipo di fornitura, nella realtà dei fatti verrà mancato del tutto l’obiettivo di riduzione delle emissioni tramite l’elettrificazione del trasporto su gomma, ovvero si otterrà solo un contributo minimo – per non dire irrilevante – a fronte di costi enormi, economici e politici.

L’inevitabile osservazione finale è che per avere un effetto importante, l’introduzione delle auto elettriche in Italia oltre che sui grandi numeri deve essere basata su di una decarbonizzazione pressoché totale dell’approvvigionamento elettrico. Questo significa attuare l’implementazione graduale e ben pianificata di un nuovo sistema energetico, ossia un enorme programma di cambiamento economico, supportato da una volontà politica salda.

Di Paolo Errani –

Fonti principali consultate:

The Royal Accademy of Engineering – report “Electric vehicles: charged with potential”, 2010

IPCC – special report “Renewable Energy Sources and Climate Change Mitigation”, 2012

  1. Wilson, Shrink That Footprint – report “Shades of Green: Electric Cars’ Carbon Emissions Around the Globe”, 2013
  2. Noori et al., “Electric vehicle cost, emissions, and water footprint in the United States: Development of a regional optimization model” https://doi.org/10.1016/j.energy.2015.05.152
  3. C. Onat et al., “Conventional, hybrid, plug-in hybrid or electric vehicles? State-based comparative carbon and energy footprint analysis in the United States” https://doi.org/10.1016/j.apenergy.2015.04.001




Aperta la consultazione pubblica sulla Strategia energetica nazionale

13 06 2017

I Ministeri dell’Ambiente e per lo Sviluppo Economico hanno pubblicato oggi un documento di consultazione per la Strategia Energetica Nazionale.
Il documento è scaricabile qui, mentre sulla pagina del MiSe è stato predisposto un questionario attraverso il quale gli organi istituzionali competenti, le imprese, gli esperti e i cittadini possono inviare, da oggi e per un mese, commenti, segnalazioni e proposte.

Come accadde anche in occasione della consultazione per la Strategia Energetica Nazionale approvata nel 2013 (un’esistenza assai effimera…), non mancheremo di dare il nostro contributo.

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Strategie Energetiche e Titolo V della Costituzione

22 11 2016

La riforma costituzionale che sarà soggetta il prossimo 4 dicembre a consultazione referendaria prevede, tra le tante cose, anche una sostanziale modifica del Titolo V della Costituzione, ovvero del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.
La Legge n.3 del 18 ottobre 2001 introdusse nella carta costituzionale una classificazione delle materie legislative, definendo tre categorie: le materie di competenza esclusiva dello Stato; le materie a legislazione concorrente tra Stato e Regione; tutte le materie non espressamente nominate nelle due categorie precedenti, la cui potestà legislativa spettava alle Regioni.
E’ da rilevare come il concetto di legislazione concorrente sia stato da più parti criticato per la sua ambiguità applicativa, che ha causato negli anni una certa disomogeneità normativa tra le diverse realtà regionali, nonché un aumento consistente di contenziosi tra Stato e Regioni presso la Corte Costituzionale.
La riforma del 2016 prevede l’eliminazione deIla legislazione concorrente e una redistribuzione esplicita e meno equivoca delle prerogative tra Stato centrale e Regioni. In particolare, tra gli ambiti che ritornano di esclusiva pertinenza statale vi sono le attività economiche strategicamente rilevanti, come la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia.
Su questo aspetto, a nostro avviso l’esito del referendum dovrebbe segnare comunque un punto di partenza per la definizione di una nuova strategia energetica nazionale, che da anni rivendichiamo su queste pagine promuovendo lo strumento della Conferenza Nazionale sull’Energia.

Ne riparleremo a bocce ferme, dopo il 4 dicembre. Per ora, ci limitiamo a suggerire ai nostri lettori la lettura di questo articolo di approfondimento sulla riforma del Titolo V. Segnaliamo inoltre che questa sera, alle ore 18:00, proprio su questo tema si confronteranno i principali rappresentanti di categoria del settore energetico italiano, in un convegno intitolato La Costituente dell’Energia, promosso dall’associazione “Ottimisti e Razionali”.

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Il camaleontismo di Michele Serra sull’uso e abuso dello strumento referendario.

20 10 2016

[La riforma costituzionale, su cui gli elettori italiani sono chiamati ad esprimersi con il referendum del 4 dicembre 2016, tocca tra le altre cose il tema fondante di questo spazio virtuale, ossia la questione energetica italiana, riaccentrandone le competenze. Torneremo sull’argomento. Nel frattempo proponiamo alcune riflessioni su di una particolare incongruenza che abbiamo colto a latere dell’animata discussione in atto.]

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Indro Montanelli soleva rimproverare agli Italiani il fatto di avere la memoria corta. Ed effettivamente questo tratto del carattere italico, forse forgiato da secoli di occupazioni straniere e malgoverno, pare aver fatto la fortuna di politici, giornalisti e truffatori di ogni risma, i quali si sentono sicuri nel dire tutto e il suo contrario senza mai pagare dazio.
Almeno così è stato sino all’avvento di internet. Ora laddove difetti la memoria, alcuni secondi di ricerca su Google sono sufficienti a smascherare i sepolcri imbiancati.
Che dire dunque di Michele Serra, che comodamente, dalla sua Amaca, ci ammonisce su quanto sia inopportuno chiedere alla casalinga di Voghera di esprimersi sulla riforma costituzionale?

“ci sono materie che competono gli esperti, e chiedere alla casalinga di Voghera e al barista di Trani di pronunciarsi sul bicameralismo imperfetto è puro sadismo (sì, sono un antireferendario e sempre lo fui)”

Michele Serra, 16 ottobre 2016

Una presa di posizione netta con cui in linea di principio, senza voler scendere nel merito del quesito referendario, si potrebbe facilmente concordare. Rincarata per altro dalla professione di fede antireferendaria (sì, sono un antireferendario e sempre lo fui). Peccato non sia vero.
Lo stesso Michele Serra infatti nel non lontano 2011 chiamava tutti al voto in occasione del referendum sul nucleare e sull’acqua pubblica, addirittura invitando a convincere gli incerti e gli indifferenti.

“Chiedete a tutti di andare a votare, discutere con gli incerti e con gli indifferenti, non vergognatevi di sentirvi propagandisti importuni, così come non mi vergogno di scrivere queste righe di smaccata propaganda politica. La posta è alta, il contenuto dei quesiti molto rilevante. Specie i due referendum sull’acqua chiedono di rimettere l’accento sulla dimensione pubblica della nostra convivenza. La politica è tornata. Dite a tutti di tornare alla politica.”

Michele Serra, 7 giugno 2011

In quell’occasione, il tentativo del Governo in carica (Berlusconi) di sottrarre un argomento delicato e strategico come il nucleare al voto della casalinga di Voghera veniva additato dal retore dell’Amaca come un goffo, spregevole trucco.

“Il goffo, spregevole trucco del governo per evitare il referendum sul nucleare, a rivederlo adesso dopo la sentenza della Cassazione, sembra esattamente quello che è: un goffo, spregevole trucco. “

Michele Serra, 3 giugno 2011

L’unico spregevole trucco è il tentativo di Michele Serra di costruire per sé una reputazione antireferendaria mai esistita. O dovremmo forse sottintendere un più subdolo (per quanto diffuso nei media italiani) disprezzo per il sapere scientifico, che, a differenza del nobile diritto costituzionale, sarebbe alla portata di tutti?

sino





Politica energetica cercasi

10 03 2016

Uno studioso di analisi delle politiche pubbliche che volesse indagare le decisioni assunte dalle istituzioni italiane rispetto alla politica energetica non saprebbe da dove iniziare. Oppure finirebbe molto presto il suo lavoro.

Il Comitato Nucleare e Ragione nacque nell’aprile del 2011 nelle settimane immediatamente successive all’incidente di Fukushima con l’intento di contribuire a promuovere un’informazione scientifica e razionalmente fondata su quanto stava accadendo in quei giorni. Tra il 2012 e il 2013 il medesimo Comitato ha promosso un appello al Ministero dello Sviluppo economico volto a chiedere un “piano energetico nazionale corredato da un’adeguata analisi costi-benefici individuando e quantificando le linee di investimento in termini di realizzazione degli impianti e della rete distributiva, di sviluppo di nuove tecnologie, di smaltimento delle scorie e dei rifiuti e di compensazioni territoriali”.

Si trattava in sostanza di delineare “sempre su basi scientifiche oggettive e coerentemente agli obiettivi fissati dal piano energetico, linee di intervento prioritarie nel campo della ricerca e dell’innovazione, per garantire l’attuabilità del piano nel lungo periodo”.

L’Italia presenta un altissimo livello di dipendenza energetica dall’estero e non si è mai interrogata seriamente su quale strategia energetica perseguire. Premesso che, a meno di non sostenere la ormai nota teoria della decrescita felice, è necessario garantire al Paese un adeguato approvvigionamento energetico, non ci si é mai occupati razionalmente e scientificamente di rispondere alle seguenti domande:  come possiamo ridurre la dipendenza energetica dall’estero? Quali fonti di energia promettono di essere più convenienti sul lungo termine sulla basea di una rigorosa analisi costi/benefici? Come possiamo diversificare le fonti di energia? Che atteggiamento assumere verso la ricerca e l’uso del nucleare civile?

Ora, il 17 aprile dovrebbe tenersi un referendum promosso da 9 consigli regionali contenente il seguente quesito: “volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Tale referendum riguarda le attività estrattive già in atto entro 12 miglia dalla coste, ossia una serie di giacimenti che si trovano lungo l’Adriatico, nello Ionio e nel Canale di Sicilia, di proprietà di società quali Eni, Edison e Shell Italia.

Nuovamente, come già accaduto in passato, si chiederà agli elettori di esprimersi su un tema prescindendo da ogni approfondimento scientifico e razionale dello stesso, in assenza di qualsivoglia strategia nazionale. Dopo aver bocciato, sempre tramite referendum e sull’onda emotiva di un incidente (effetto di un maremoto di proporzioni inusitate, anche per il Paese più sismico del Mondo), anche la sola possibilità di prendere in considerazione un ritorno della produzione energetica nucleare in Italia, si discute se interrompere allo scadere delle concessioni le estrazioni di idrocarburi in una determinata fascia marina.

Non preoccupa affatto, pare, che continuiamo a comprare nucleare dalla Francia, gas dalla Russia, e petrolio da Ppaesi a grandissimo rischio di instabilità. Non si tiene conto di alcuna valutazione scientifica sull’effettiva possibilità di puntare esclusivamente sulle fonti rinnovabili. Nuovamente urge affermare l’esigenza che determinate politiche pubbliche non siano lasciate in preda a decisioni emotive prese a scopo elettoralistico, bensì frutto del lavoro di una conferenza nazionale, composta da scienziati, esperti, associazioni ed altri soggetti interessati ancora, atta a redigere un piano energetico nazionale.
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La politica energetica che c’è…e che non c’è.

2 10 2015

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Torniamo a parlare di Strategia Energetica.

E’ recente la notizia del deposito in Cassazione, da parte di dieci Consigli Regionali, di alcuni quesiti referendari contro il piano del Governo di procedere a nuove attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi sul territorio italiano.
Oggetto della contestazione sono in particolare l’articolo 35 della legge n.134/2012 (“Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi”) e l’articolo 38 della legge n.164/2014 (“Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali”), derivati dall’approvazione da parte del Parlamento Italiano dei cosiddetti Decreto Sviluppo e Decreto Sblocca Italia.
Senza voler entrare per ora nel merito delle rivendicazioni dei quesiti referendari, ci limitiamo ad alcune considerazioni di metodo. Segnaliamo infatti come questo cortocircuito istituzionale, dovuto in parte anche all’ambigua attribuzione concorrente delle competenze in materia energetica tra Stato e Regioni, sia il segnale dell’evidente difficoltà da parte dell’attuale Esecutivo di concretizzare gli obiettivi chiave della Strategia Energetica Nazionale, elaborata dal Governo Monti nell’autunno del 2012.

Se la metà delle amministrazioni regionali del nostro Paese (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) si trova ad impugnare due Leggi dello Stato regolarmente approvate dal Parlamento Italiano a seguito di un iter che ha visto anche la consultazione diretta e la partecipazione degli stessi enti locali, significa che qualcosa – a monte – non ha funzionato, e che la procedura di analisi, progettazione, discussione della Strategia Energetica Nazionale non ha portato a quel livello di consenso e di condivisione che costituisce il presupposto per la realistica attuazione di qualsiasi tipo di infrastruttura strategica.
I dubbi da noi sollevati già a suo tempo, all’avvio della Consultazione Pubblica promossa dall’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Passera e in occasione della successiva approvazione del documento finale, si stanno pertanto rilevando profetici. Queste erano le nostre dichiarazioni, nella primavera del 2013:

<<Constatiamo che il perseverare nel fallimentare metodo delle decisioni calate dall’alto, seppur edulcorato dalla “finta” consultazione pubblica – lo testimoniano le proteste suscitate dall’emanazione del decreto – segna irrimediabilmente dalla nascita il destino della nuova Strategia Energetica Nazionale, che prevedibilmente naufragherà sotto il peso dei veti contrapposti e dell’instabilità politica del momento.>>(CN&R, 14 marzo 2013)

Queste prime avvisaglie di scontro istituzionale e di confusione mediatica, a cui speravamo di non dover più assistere dopo gli episodi precedenti ai Referendum del 2011, ci convincono della bontà della nostra proposta originaria – la Conferenza Nazionale sull’Energia – che in queste pagine non ci siamo mai fermati di chiedere e sponsorizzare, coinvolgendo a più riprese anche i rappresentanti delle istituzioni politiche locali e nazionali [qui, qui, qui, qui e qui].
A risentirci presto, per ulteriori aggiornamenti.

Greenpeace contro le trivelle in Sicilia